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Recensione di God of War 2018. Un’avventura mozzafiato

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Capitano così di rado progetti a cui col tempo vuoi tornare. È successo con Max Payne, GTA 3 o Mass Effect. Per me sono soprattutto giochi con una trama avvincente che vivi insieme ai personaggi. Ciò che è stato bello in questo gioco è la scala. Prima avevo giocato a Far Cry 6 e, per farvi capire, sono rimasto quindici minuti a cercare di ricordare che gioco fosse. L’unico ricordo che ho è che le distanze sembravano cortissime e poco realistiche, il personaggio si spostava troppo in fretta sulla mappa. Direi che mancava la proporzione.

Invece dopo aver finito God of War me ne sto qui a ricordare ogni dettaglio di quell’avventura. Fino in fondo all’anima: quello che passano padre e figlio, i mostri enormi che tolgono il fiato. Basta l’apparizione del serpente.

La storia ci ha mostrato una versione alternativa della vita degli dèi. Atreus in realtà è Loki e forse sarà figlio di Odino nel capitolo successivo, Ragnarok, ma ormai non importa. È semplicemente un capolavoro. Lo rigiocherò senz’altro fra qualche anno.

Nel gioco mi ha infastidito un po’ la raccolta delle armature, ci ho capito poco fino forse a un terzo della storia. Ma poi ho risolto anche quello.

Anche a difficoltà media non è stato facile battere tutti i boss, e non solo i boss ma anche i nemici comuni. Delle Valchirie non parlo nemmeno: la prima sono riuscito a ucciderla solo dopo aver finito la trama principale.

E all’inizio non avrei dovuto sottovalutare il figlio, aiuta tantissimo. Sulla tastiera suoni come su un pianoforte. Moltissime mosse diverse. Nel complesso anche il combattimento è un capolavoro.

Un mondo bellissimo, il giardino della dea, i draghi… uh. Questo gioco è top, davvero top!

Da giocare assolutamente, anche per i bambini dai nove anni in su, nonostante la violenza.

10 su 10

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